domenica 26 febbraio 2017

GOODBYE: Addio a Bill Paxton

Qualcuno ha detto: Salviamo i coloni! Lei ha capito: Ubbidiamo ai coglioni! E si è arruolata subito. (Soldato Hudson - Aliens)



Bill Paxton (1955 - 2017)

RIFLESSIONI: And the Oscar goes to...





Stanotte ci sarà la notte degli Oscar e invece dei pronostici,  le cose che mi vengono in mente sono queste:





  1. And the Oscar goes to... In ogni caso, saremo sempre insoddisfatti del risultato.
  2. Se vincerà La La Land,  brutti figli di sultana perché doveva vincere Arrival.
  3. Se vincerà Arrival, brutti figli di sultana perché doveva vincere La La Land.
  4. Se vincerà Hacksaw Ridge, brutti figli di sultana e basta.
  5. Se perderà Casey Affleck, GOMBLOTTO perché gli hanno dato dell'assatanato e i membri dell'Academy leggono Twitter e mettono i like su Facebook sui link (di cui uno postato sicuramente dal fratello Ben) che accusano Casey Affleck di essere assatanato.
  6. Jennifer Lawrence quest'anno snobba la serata e quest'anno non ci sarà nessuna che cadrà sulle scale. No fall, no party.
  7. Meryl Streep è stata nominata per fare dispetto a Donal Trump, o verrà premiata solo per fare dispetto a  Donald Trump. 
  8. Gli Oscar quest'anno sono troppo black, ma se non vincono gli Afroamericani gli Oscar sono razzisti.
  9. Triplete a Denzellone Washington, così da fare DOPPIO GOMBLOTTO perché hanno ostacolato la  (possibile) vittoria di Casey Affleck e per non sembrare razzisti.
  10. Comunque vada, i vecchiacci dell'Academy non capiscono mai una mazza.

                                     

sabato 25 febbraio 2017

RECENSIONE: Jackie




Titolo: Jackie
Id:, Cile, USA, 2016
Cast: Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Billy Cudrup-
Sceneggiatura: Noah Oppeneim
Regia: Pablo Larràin
Durata: '96


La prima immagine che ci viene in mente di Jacqueline Bouvier Kennedy (poi Onassis) è quella in cui lei è vestita con quel meraviglioso talleuir rosa Chanel. Impossibile non collegare Jackie a quel pomeriggio di Dallas, dove suo marito John Fitzgerald Kennedy, il presidente degli Stati Uniti d'America venne assassinato durante una parata il 22 novembre del 1963. 
Ma chi era Jacqueline Kennedy? Oltre a essere una delle più belle e raffinate first lady d'America, era una donna che amava l'arte, buon gusto per il design di interni e soprattutto una icona fashion.
Ma quella era solo una piccola percentuale che voleva presentare al mondo.
Perché lei era una donna forte, determinata e con un grandissimo autocontrollo, quasi impossibilitata a mostrare il suo vero io.
Ci pensa però il cileno Pablo Larrain a mostrare un lato nascosto nel suo ultimo film intitolato semplicemente Jackie - restituendo a Jacqueline Kennedy (Natalie Portman) quel tratto di umanità (e disperazione) che doveva negare agli occhi degli americani. E come uno spettatore estraneo ai fatti, Larrain vede la figura di Jacqueline Kennedy in modo diverso, prendendosi la libertà di offrire una visione della first lady totalmente inedita.
Utilizzando l'espediente della (reale) intervista fiume fatta dal giornalista Theodore H. White (Billy Cudrup), Larrain scava sulla superficie fatta di glamour e fredda eleganza che la first lady aveva costruito con così tanta naturalezza, quasi insita in lei, restituendo a Jackie il diritto di soffrire e disperarsi per la perdita di suo marito.
Perché se la nazione aveva perso la sua guida in John Fitzgerald Kennedy, Jackie aveva perso il suo Jack. E per i 4 giorni che seguirono il funerale di Stato e la sepoltura del presidente, Jackie non ha potuto esternare il dolore che qualunque donna avrebbe provato dopo una tragedia simile, perché il suo ruolo presidenziale non glielo permetteva. 
Il popolo americano aveva una visione ben precisa di Jacqueline e John  Fitzgerald Kennedy: belli, giovani e di classe.
Classe e bellezza che si nota con il servizio che aveva fatto per la televisione aprendo le porte della Casa Bianca, dove Jackie è una impeccabile padrona di casa. Perché quella era casa sua e lei ci aveva investito tempo (e denaro) per dare un tocco della sua identità, del suo gusto e del suo forte senso dell'estetica imparati durante i suoi viaggi in Europa quando era ancora Miss Jacqueline Bouvier e collaborava per riviste di arte.
Una perfetta padrona di casa dove non mancavano eventi culturali,  capace  comunque di controllare la commozione durante un concerto alla Casa Bianca, ma capace di lasciarsi andare solo con suo marito Jack a un sorriso, capace di essere sé stessa solo con lui.
La perfezione, è questo che Jackie ci vuole mostrare. Il suo autocontrollo, il suo modo di impostare il saluto perfettto per una perfetta accoglienza, coadiuvato dall'aiuto della sua assistente (Greta Gerwig) che le rammenta di sorridere per non sembrare una fredda 'miss perfettina'.
La perfezione nel camminare, quell'incedere attraverso la sala con l'eleganza di una ballerina classica, con i gesti misurati, lasciandosi tradire da un fugace sguardo alla sua assistente in cerca di sicurezze,lasciando trasparire il disagio che prova nel dover essere all'altezza della situazione.
Perché nella visione di Larraìn, Jackie era intrappolata nella perfezione, che comincia a venir meno dopo quel colpo di fucile sparato da Lee Harvey Oswald quel 22 novembre del 1963.
E solo durante quell'intervista possiamo vedere una Jackie cinica, che fuma (ma ovviamente nessuno lo deve sapere perché all'epoca considerato poco chic), ma non ipocrita - perché è una Jackie che non ha più nulla da perdere, una Jackie che non è più first lady, non è più moglie, ma una donna che finalmente si sente in diritto di far trapelare il suo dolore, la sua rabbia e la sua disperazione.
Ed è questo che interessa a Larrain, non interessa indagare sul momento topico dell'attentato (per quello basti vedere JFK di Oliver Stone), perché si sa cosa è successo.
Quel belllissimo talleuir Chanel rosa e blu insanguinato è l'unica cosa che può far emergere la disperazione di Jackie: il rifiuto di non toglierlo durante il passaggio di potere a Lyndon Johnson sono le uniche grida di dolore che può esternare, perché le lacrime che rigano il suo volto e il sangue che Jackie tenta di lavare via mentre è nel bagno dell'Air Force One è l'unico momento a lei concesso. Giusto il tempo di avere il viso pulito e di reprimere le sue emozioni per mostrarsi calma, perché una nazione era scolvolta e lei doveva rassicurare 'il suo popolo', dimenticandosi di sé stessa, non potendosi permettere di essere lei stessa rassicurata, perché il suo ruolo non glielo permetteva. 
Larrain riesce a scindere la figura istituzionale da quella privata,  sottolineando la solitudine che prova Jackie,  lasciandola sola e smarrita nei meandri di una casa monumentale, dove l'unica compagnia sono i suoi bellissimi vestiti - sinonimo di classe che non sbaglia mai un outfit ad ogni occasione ufficiale - e qualche drinks che sono la sua fonte di consolazione.
L'unica figura di sostegno e protezione è dato dal cognato Robert (Alexander Sarsgaar), dandole l'opportunità di riprendere il controllo di sé stessa e di poter preparare il funerale e soprattutto preparare i suoi bambini a una perdita così enorme e difficile da capire data la loro giovane età. E se il funerale di Stato era stato visto da milioni di americani, violando inevitabilmente il dolore di una vedova, Larrain restituisce a Jackie un attimo di intimità, riprendendola da lontano - così come al momento dell'attentato, riprendendola inzialmente da lontano per sottolineare che era lei a subire la tragedia, arrivando poi in un secondo momento a riprenderla in primo piano per catturare la sua angoscia - lasciandole un momento di dolore che non può trasparire nel velo nero che ricopre il suo volto, regalandole a distanza di 54 anni quella privacy negata.
Con Jackie, Larraìn riesce non solo a ricreare con fedele precisione un pezzo di storia americana, ma riesce soprattutto a dare una immagine complessa e sfaccettata di Jackie così lontana dalle prime pagine dei rotocalchi, restituendo un tocco di umanità che Jacqueline Bouvier Kennedy Onassis ha sempre dovuto nascondere. E la fredda eleganza di Jackie rivive grazie alla strabiliante interpretazione di Natalie Portman, che sembra quasi impossessarsi di Jackie, riuscendo a catturare ogni sfumatura di una donna per certi versi enigmatici, ma che rivive con una veste nuova, con l'opportunità di scalfire quella patina di perfezione che ha dovuto indossare sotto un tubino di Chanel.
'Per un breve e splendente periodo c'era il regno di Camelot. Non ci sarà più un'altra Camelot'-
E con queste parole, Jackie annuncia la fine di un'era, di un'America emblema di felicità, glamour e ricchezza che non esiste più.

Voto: 8



mercoledì 22 febbraio 2017

100% PURE GLAMOUR: Lamborghini Countach LP 500s - Rain Man



Nel film Rain Man Charlie Babbit (Tom Cruise) vende auto di lusso per vivere e una strepitosa Lamborghini fa capitolino all'inizio del film - Laborghini Countach 500s.
La Lamborghini Countach 500s in realtà è un modello prodotto, ma non creato dalla famosa casa di auto sportive. Infatti fu ideata dalla casa automobilistica Bertone, che ne curò il design e diede un tocco di Torino nel nome - Countach oltre a essere una razza di tori, viene usata come espressione dialettale torinese per esprimere meraviglia.
Il design della Lamborghini Countack 500s fu curato da Marcello Gandini ed è caratterizzato da una forma a 'cuneo', riprendendo alcune cifre stilistiche della Alfa Romeo Cabro, soprattutto per le portiere e per il taglio del parabrezza e dei finestrini.
La vettura è molto bassa e larga e lo stile a cuneo conferisce una 'spigolosità' enfatizzata dalle sue linee dritte ad angolo. Le portiere si aprono verso l'alto per ovviare all'impossibilità di avere le portiere ad apertura laterale per via della larghezza del veicolo, evitando di creare un'apertura ingombrante e difficoltosa. Il telaio viene alleggerito grazie all'uso dell'alluminio, che consentiva leggerezza e rigidità al veicolo.
Il modello guidato da Tom Cruise è un 500s, che indica il numero delle cilindrate del motore, mentre la sigla LP sta per longitudidale posteriore in cui veniva messo il motore nell'auto.
La Lamborghini Countack viene mostrata all'inizio del film, dove viene fatta trasportare da una gru sotto la supervisione di Charlie Babbit, pronta per essere venduta.


lunedì 20 febbraio 2017

FILMOGRAFIA: Heath Ledger




NOME:
Heath Ledger
ALL'ANAGRAFE: Heathcliff Andrew Ledger
DATA DI NASCITA: 04/04/1979 
DATA DI MORTE: 22/01/2008
LUOGO DI NASCITA: Perth, Australia
PROFESSIONE: Attore






ATTORE:

(2009) Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo - Tony
(2008) Il Cavaliere Oscuro - Joker
(2007) Io non sono qui - Bob Dylan
(2005) Paradiso + Inferno - Dan
(2005) Casanova - Casanova
(2005) I fratelli Grimm e l'incantevole strega - Jacob Grimm
(2005) I segreti di Brokeback Mountain - Ennis Del Mar
(2003) The order - Padre Alex Bernier
(2003) Ned Kelly - Ned Kelly
(2002) Le quattro piume - Harry Faversham
(2001) Monster's ball - Sonny Grotowski
(2001) Il destino di un cavaliere - William Thatcher/Sir Ulwrick von Lickdenstein
(2000) Il Patriota - Caporale Gabriel Martin
(1999) Two hands - Jimmy
(1999) 10 cose che odio di te - Patrick 'Pat' Verona
(1997) Home and Away (Serie Tv) - Scott Irwin
(1997) Bush Patrol (Serie Tv) - Studente
(1997) Un computer a 4 zampe - Oberon
(1997) Roar (Serie Tv) - Conor
(1997) Blackrock - Toby Ackland
(1996) Sweat (Serie Tv) - Snowy Bowles
(1993) Ship to Shore (Serie Tv)

venerdì 17 febbraio 2017

MONOGRAFIA: Wes Craven




Pensi a Wes Craven e ti viene in mente Freddie Krueger. Perché al di là di una gran bella carriera all'insegna dell'horror, Wes Craven era riuscito a creare una delle figure più sinistre e inquietanti che è resistita ancora oggi nei meandri del cinema dell'orrore, con la maglietta a righe rosse e verdi, con il suo guanto fatto di artigli e il suo vosto orribilmente sfigurato dalle fiamme.
Wes Craven nacque a Cleveland il 2 agosto del 1939, e il percorso verso il mondo del cinema in realtà fu casuale. Anche perché, a differenza di cinefili agguerriti come Quentin Tarantino, cresciuto a pane e VHS, il cinema per Wes Craven era una chimera, poiché i suoi genitori gli avevano impartito una rigida educazione, e il cinema non era contemplato tra i passatempi del giovane Wes.
Era infatti destinato a una carriera accademica - laurea in filosofia alla prestigiosa Johns Hopkins - e per un periodo insegnò materie umanistiche. Per una questione puramente didattica decise di produrre un film insieme ai suoi studenti e da lì la folgorazione, e finalmente il cinema incontrò Wes Craven. 
Lasciato un lavoro sicuro, Wes Craven partì per New York in cerca di fortuna, entrando nel mondo del cinema facendo la gavetta, un modo per mettere un piede nella macchina dei sogni.
Esordì nel 1972 con L'ultima casa a sinistra ispirandosi a La fontana della vergine di Ingmar Bergman, ma in chiave sanguinaria e cininca, dove la giovane Mari finisce per essere torturata e uccisa da un gruppo di psicopatici, ma finirinanno loro stessi vittime della sanguinaria vendetta dei genitori di lei.
Nel 1977 prese una famiglila in vacanza mettendola in mezzo a un gruppo di zombie contaminati dalle radiazioni nucleari ne Le colline hanno gli occhi.
Sono gli anni Ottanta che fecero scoprire il suo grande talento creando l'incubo di adolescenti e piccini con Freddy Kruger, assassinio seriale e infanticida, ucciso dai suoi concittadini per ottenere una somma giustizia. Freddy ritorna però in vita nei sogni degli adolescenti, uccidendoli nei sogni: Nightmare è un cult movie che ha ispirato 5 seguiti, ma Craven perse la paternità del progetto, riuscendo a riprendersi Freddy e la sua 'vittima' Nancy/Heater Lagerkamp nel sesto capitolo delle saga.
Negli anni Novanta era tornato a terrorizzare il vicinato con Scream (1996), creando l'eroina Sidney Prescott, con un trhiller/horror con rimandi cinefili, dove solo le vergini si possono salvare dalla furia omicida di Ghostface, versione omicida dell'urlo di Munch.
Merito di Craven fu anche il modo di sovvertire il ruolo della scream queen, dove la ragazza di turno è la classica vittima sacrificale, trasformandola in una eroina (suo malgrado) che sa come difendersi, se non l'unica nel contrastare il nemico: Nancy, Sidney, Lisa (protagonista di Red Eye) sono le nuove eroine alle prese con entità malvage/criminali, nate da una costola di Laurie Stroode, la prima scream queen tornata in auge negli anni Settanta nei film dell'orrore. Donne apparentemente fragili, ma che nelle mani di Craven diventano donne forti in grado di lottare contro i propri demoni.
Come fa Sidney, che torna a Woodsboro per riprendere i conti in sospeso con la città dei suoi incubi in Scream 4.
Nel 1995 Craven fece un omaggio alla Blaxploitation e al suo Blacula con Vampiro a Brookyn horror/comedy, dove Eddie Murphy interpreta il vampiro Max, in cerca della detective Rita per farla diventare la sua compagna (vampira).
Cambio di genere nel 1999 con La musica nel cuore con Meryl Streep (candidata agli Oscar), incentrata sulla vita di Roberta Guaspari, una donna divorziata che insegna in una scuola violino in uno dei quartieri più disagiati di New York, arrivando a organizzare un concerto al Carnegie Hall con i suoi studenti per finanziare la scuola in difficoltà economiche. Insieme all'episodio di Paris Je T'Aime, questo rappresenta uno delle rare incursioni nel cinema drammatico, ma il richiamo al genere horror è troppo forte, così nel 2003 torna con il terzo capitolo di Scream.
Craven successivamente non ebbe un grande successo con Cursed (2003) e Red Eye (2005) e così fece di Scream un capitolo in più, facendone di fatto una quadrilogia nel suo ultimo film diretto nel 2011.
Per un periodo Craven si concentrò sulla produzione, dando il benestare per un remake di Le colline hanno gli occhi e per produrre il telefilm tratto da Scream.
il 31 agosto del 2015 Wes Craven viene a mancare a 76 dopo aver perso la battaglia contro il cancro.
Craven ha dato un contributo al cinema dell'orrore elevandolo dal puro stile slasher a un livello superiore, con citazioni cinematografiche, di arte e scavando nell'inconscio della psiche umana, trovando nell'orinicità la materializzazione delle paure degli esseri umani.

mercoledì 15 febbraio 2017

RECENSIONE: Christine




Titolo: Christine
Id.; 2016
Cast: Rebecca Hall, Michael C. Hall, Tracy Letts.
Sceneggiatura: Craig Shilowich.
Regia: Antonio Campos.
Durata: 115'



La giornalista televisiva Christine Chubbuck è famosa per essersi uccisa il 15 luglio del 1974, durante un servizio del telegiornale scritto appositamente da lei. 
43 anni dopo la figura di Christine Chubbuck rimane ancora controversa, e il suo gesto estremo è stato analizzato nel mockumentary Kate Plays Christine e nel biopic Christine, diretto da Antonio Campos.
In realtà Christine Chubbuck non era neanche una neofita, perché 4 anni prima il drammaturgo e scrittore Yukio Mishima aveva fatto seppuku in una diretta televisiva in Giappone.
Se Mishima si tolse la vita perché non si riconosceva più nel Giappone per lui divenuto privo di valori, il gesto di Christine Chubbuck può essere interpretato come l'estremo grido contro l'imbarbarimento dell'uso dei media, dando in pasto sé stessa nella fossa dei leoni affamati  di 'sangue e budella' (prassi tutt'ora sopravvissuta nella versione soft della 'TV del dolore'), dove si tentava in ogni modo di oltrepassare il limite della decenza per qualche ascolto in più.
Christine cercava di rimanere fedele alla sua etica professionale, cercando la notizia giusta per uscire dallo squallore di reportage insulsi e inutili, scontrandosi con il suo capo Michael (Tracy Letts), interessato a svegliare l'audience e far salire gli ascolti, perché ci vogliono storie succulente e gustose per destare interesse nell'utente annoiato.
Christine però è una testa dura, vuole emergere a modo suo al punto da prendere una radio della polizia e ascoltare le chiamate in modo da poter essere 'sul pezzo', facendo di lei una reporter d'assalto ante litteram, cercando di emergere in un mondo, quello dell'informazione, prettamente maschile. Mondo alla quale Christine è spaventata, perché se dal punto di vista lavorativo è feroce come una leonessa, nella vita privata è una ragazzina intrappolata nel corpo di una 29enne. 
Infatti vive ancora con la madre (anche se è lei che paga l'affitto della casa materna) e la sua stanza sembra quella di una sedicenne, con il giradischi in una valigia con l'arcobaleno, il poster dei The Carpenters, e soprattutto il rapporto con la madre è complicato, dove lei si comporta come un'adolescente che non accetta il suo nuovo compagno e spesso e volentieri preferisce chiudersi in camera sua evitando di discutere.
Christine è una donna che combatte le sue nevrosi e la sua depressione, combatte la sua immaturità affettiva facendo volontariato (dove attraverso le marionette riesce a esprimere il suo stato d'animo e le sue frustrazioni),  provando interesse per il suo collega (Michael C. Hall) che si interessa a lei più per aiutarla a superare la sua depressione che per corteggiarla, anche se non l'aiuterà per una promozione.
Christine è tanto debole nel campo affettivo quanto forte nel campo lavorativo, dove si ossessiona nel perfezionarsi (si guarda alla moviola per migliorare la postura, improvvisa fittizie interviste a Richard Nixon per migliorare la sua professionalità) e cerca di non farsi sopraffare dalla frustrazione di inutili reportage sulle fragole dove a stento finge entusiasmo, arrivando quasi a impostare un tono freddo, quasi da automa per nascondere il disgusto che prova nel dover fare servizi finti come i fiori di plastica che adornano la sua postazione. 
Christine non ci sta e prova a dare un taglio diverso, cerca di mostrare il lato umano di un uomo che si è appena salvato da un incendio, mentre al suo capo interessa la casa in fiamme.
'Sangue e budella' sono il nuovo trend bellezza, o ti adegui, o ti vedi surclassare dai tuoi colleghi, che avanzano di carriera.
Sconfitta, Christine Chubbuck getta la spugna e scrive il suo ultimo servizio, accontentando il suo capo che voleva servizi più succosi.
Sarasota, 15 luglio 1974. 
Bene, ora, in ottemperanza alla politica della WZRB che impone di raccontare nel modo più immediato e completo gli episodi più estremi di violenza locale, TV 30 trasmette ciò che crediamo sia ancora una cosa inedita per la televisione. In vividi colori, il reportage esclusivo di un tentato suicidio.
E con queste parole si congeda Christine Chubbuck, la reporter che decise di togliersi la vita in diretta sparandosi un colpo alla nuca durante il telegiornale della sera.
Il regista Antonio Campos dirige un biopic (anche troppo) tradizionale, dove gli eventi vengono raccontati in maniera cronologica e fedele per far entrare lentamente lo spettatore in empatia con una persona di per sé impenetrabile, una bomba a mano che tiene stretta la sicura per poi decidere di farla esplodere all'improvviso. E che botto. Perché se non ci sono spoiler e si sa come va a finire, si ha nel momento del climax un'ansia, grazie anche alla bravura di Rebecca Hall nell'immergersi in quella donna che voleva solo combattere i propri demoni personali, cercando nel suo lavoro un'ancora di salvezza che non la facesse andare giù negli abissi della depressione.
Paradossalmente, in un mondo dove la morbosità voyeuristica arriva a livelli bulimici, costantemente alimentata dai social network, il suicidio di Christine Chubbuck è introvabile. 

Voto: 7 +