martedì 22 agosto 2017

NOTTE HORROR: Splatters - Gli schizzacervelli


Titolo: Splatters- Gli schizzacervelli
Titolo originale: Dead Alive/Brain Dead
Cast: Timothy Balme, Elizabeth Moody, Diane Penalver.
Sceneggiatura: Peter Jackson, Frances Walsh, Steven Sinclair.
Regia: Peter Jackson.
Durata: 97'




Quando qualcuno vomita guardando un mio film, è come ricevere una standing ovation. E questa massima del sommo John Water pare che Peter Jackson l'abbia presa alla lettera. Cosaaaaa, il regista de Il signore degli anelli ha fatto venire la nasuea? Sacrilegio! Ebbene sì, con Splatters - Gli schizzacervelli ci è riuscito con la sottoscritta, uscita provata dalla visione tra conati di vomito miste a grasse risate nel vedere l'odissea di Lionel, ragazzuolo abbastanza cresciuto incapace di staccare il cordone ombelicale che lo tiene legato a mammà, madre oppressiva che finisce per diventare uno zombie.
Quel che segue è la tragicomica cronaca dei primi 25 minuti di un film sull'orlo di un conato di vomito miste a risate.
Primi accenni di conati miste a risate a profusione 1) Lo stronzone di turno arriva nella giungla neozelandese e ruba un raro esemplare di scimmia ratto. La scimmia giustamente s'incazza e lo morde. Quello che non sa lo stronzone è che la scimmia è portatrice sana di zombitudine, quindi l'indigeno assoldato durante la missione è costretto a tagliargli il braccio per poterlo salvare dalla maledizione. Ma siccome c'è un segno anche sulla fronte, olè, tagliamo la testa così si risolve il problema alla radice.
Conato di vomito numero 2): Lionel il ragazzuolo mal cresciuto ha una cotta per Paquita e dopo un paio di figure di merda riesce ad avere un appuntamento e la porta allo zoo, dove c'è la scimmia rattosa e schifida che è talmente gentile da staccare un braccio alla scimmia vicina per un pezzo di pane. Mammà li spia, ma ecco che si avvicina inavvertitamente alla schifida che sgragnete! Finisce per essere morsa al braccio. Mammà s'incazza e schiaccia il cervello della schifida con il tacco della scarpa, facendogli uscire gli occhi e facendola vomitare l'anima a dovere. E io vomito insieme a lei. A seguire, grasse risate.
Conato di vomito numero 3) Mammà è a letto, dove Lionel si prende cura di lei amorevolmente. Ma ecco che la ferita sembra infettarsi e comincia a diventare una pentola a pressione di pus esplosivo. Ed esplodono anche i miei conati. A seguire, grasse risate.
Conato di vomito numero 4) Mammà però tiene visite, ma tanto bene non sta. Ha la pelle un po' flaccida, tante che le cade un pezzo e Lionel cerca di attaccarla alla bell'è meglio con un po' di colla. Ma il bello deve venire quando, dopo un pranzo improbabile e a dir poco osceno, l'ospite cagacazzo vuole il pudding! Ah, vuoi il pudding? E allora tiè, mangiati il pudding con un po' di schifezzone purulento mentre mammà si mangia l'orecchio con il budino. E qui scatta il sacchetto di carta come nei viaggi in aereo. Conati a profusione. A seguire, grasse risate.
Conato di vomito numero 5) Mammà fa la biricchina e azzanna l'infermiera, dando il via a una escalation di zombie uno più vomitoso dell'altro. Lionel se li tiene chiusi in casa e cerca di far convivere questa strana famiglia che hanno delle cattive maniere a tavola alquanto stomachevole. Da far venire i conati di vomito. Niente risate, ho quasi tirato su l'anima.
E questi signori e signore sono i primi 25 minuti di Splatters. E ogni volta che lo vedo, questi 25 minuti equivalgono alla standing ovation che Jackson apprezzerebbe moltissimo. 
Perché questo è uno dei miglior film di Peter Jackson (bestemmiaaaa, ritira quello che hai detto!), dove non ci sono solo zombie in slow motion che fanno il loro porco dovere di schifare, inorridire e divertire a distanza di 25 anni, ma è un iconoclasta viaggio all'inferno di un ragazzo schiavo non solo di sua madre, ma anche delle convenzioni sociali della Nuova Zelanda degli anni Cinquanta. Perché dietro alla coltre di belle casette allineate (da fare invidia alle casette pastellose di Tim Burton di Edward mani di forbice) e tram colorati di rosso, si nasconde il finto perbenismo di una donna castrante che nasconde un passato oscuro e alimenta un rapporto morboso con  il figlio a suon di sensi di colpa. Norman Bates è dietro l'angolo, e Peter Jackson sembra aver masticato buon cinema, tra tutti Psycho e La notte dei morti viventi, mescolando il tutto con malsano divertimento in un tripudio di 'trippa, pudding, sangue e cervella' dove non risparmia nessuno, neanche la chiesa, dove il prete che 'spacca i culi in nome di Dio' zombizzato finisce per intrupparsi con l'infermiera dando vita a un pargolo tanto orrido quanto malefico, alla quale il povero Lionel cerca di dare momenti da vero infante al parco anche se poi la piccola bestia finisce in un sacco corcato di botte. E Lionel è il perbenismo puro, che cerca di nascondere l'orrore agli occhi della brava gente ma non allo zio, che tanto bravo non è e tenta di espropriargli casa e denari
Jackson non risparmia neanche i sani valori della famiglia dove i parenti sono dei serpenti per il povero Lionel, che combatterà per la propria libertà a suon di maciullate caserecce fatte di frullatori e tagliaerba. E questo continuo maciullare per Lionel sarà la sua catarsi da una vita fatta di bugie e privazioni, arrivando letteralmente a rinascere come uomo nuovo, libero di amare. E noi liberi di divertirci con un horror gore e scatenato, ricco di homour nero e tanto, tanto schifo. 
Splatters - Gli schizzacervelli dopo 25 infatti anni è ancora un divertimento senza freni, goliardico, che a distanza di 25 anni fa il suo lavoro egregio senza l'aiuto del computer, con effetti speciali caserecci e sublimi allo stesso tempo. 
Si spera che Peter Jackson ritorni a far sognare. E anche a  far vomitare. Per un'altra standing ovation!

Voto: 7,5

giovedì 10 agosto 2017

CELEBRATION (50th Anniversary): Il laureato





Titolo: Il laureato
Titolo originale: The Graduate
USA, 1967
Sceneggiatura: Buck Henry, Calder Willingham
Regia: Mike Nichols
Durata: 107'


Benjamin Braddock (Dustin Hoffman) ha tutte le carte in regola per diventare un uomo di successo: è giovane, affascinante, è figlio della buona borghesia e ora è anche laureato.
Ma a Benjamin Braddock i panni del borghese perbene gli stanno un po’ stretti. Si sente come un pesce fuor d’acqua: una volta ritornato al suo nucleo familiare d’origine, sente che qualcosa è cambiato e non riesce più a integrarsi. Così come fatica a integrarsi nella società upper class americana.
Studia, prendi una laurea, trova un buon lavoro, sposati e fai dei figli. Più o meno l’iter del cittadino medio americano è questo. Beh, Benjamin Braddock ha studiato, ha preso una laurea, ma non sa che lavoro trovare e non sa se sposarsi e avere figli.
E se l’american way of life non facesse per lui?
Benjamin si trova come in un limbo, simbolo di un’alienazione giovanile che ha seguito le regole alla perfezione, come una buona pecorella segue il suo pastore, ma ora non sa se ciò che ha seguito fino ad ora sia adatto a lui. E se volesse uscire dal gregge?
L’apatia di Benjamin e il suo disinteresse verso tutto e tutti non sembra preoccupare i suoi genitori, che vedono in lui il loro golden boy da esibire con orgoglio. Come fa suo padre quando gli regala la muta da sub, e al classico party in piscina deve esibirsi  come una brava scimmietta ammaestrata per mostrare quanto sia eccezionale il ragazzo nella muta da sub.
Benjamin esegue il “numero” alla perfezione, ma il disagio e il rifiuto verso la società si fa evidente in lui, fluttuando nel fondo della piscina con lo sguardo colmo di frustrazione, incapace di comunicare il suo senso di disagio, causato dalla mancanza di comunicazione con il mondo degli adulti.
Ma Benjamin non ci sta e la svolta avviene quando incontra Mrs. Robinson (Anne Bancroft), donna ancora ricca di sex appeal. Mrs. Robinson seduce il giovane e inesperto Benjamin, introducendo il goffo ragazzo di buona famiglia a una educazione sentimentale che lo porterà a maturare, facendolo diventare più sicuro di sé.
Ma a rompere l’equilibrio raggiunto dal giovane, è la giovane Elaine (Katharine Ross), studentessa della prestigiosa università di Berkeley: Benjamin si innamora di lei, anche se aveva promesso a Mrs. Robinson di non frequentarla.
Benjamin ed Elaine si frequentano, ma fanno fatica a comunicare tra di loro (proprio come con gli adulti), gettando le basi dello sconforto del rifiuto della famiglia che contagerà non solo l’America, ma anche l’Europa (come la “morte del padre” in Italia per esempio): lei lo ama, ma non sa cosa fare. E’ un controsenso, ma è quello che prova questa ragazza bellissima ma un po’ confusa.
Elaine e sua madre rappresentano la crisi del nucleo familiare: Elaine è piena di dubbi, ama Benjamin, ma è insicura sul suo rapporto, indecisa se scegliere lui e un futuro fatto di incertezze, o sposare il giovane studente di medicina che gli assicurerà una vita tranquilla, ma forse noiosa. Mrs. Robinson invece è cinica e disillusa, nutre gelosia nei confronti Eleaine, vedendola come la causa della rinuncia dei suoi sogni; e ora disprezza il marito e l’istituzione matrimoniale tradendolo con un ventenne.  
Ma se per Mrs. Robinson ormai è troppo tardi, Elaine può ancora scegliere il proprio destino.
Elaine però è meno ribelle di Benjamin e sceglie  di percorrere la via più tranquilla, e ciò scuote Benjamin dal torpore in cui è caduto e finalmente ha uno scopo nella vita: amare Elaine, correndo contro il tempo e diventando protagonista di una memorabile fuga che ormai è entrata nell’immaginario collettivo e un cult per tutti gli amanti di cinema.
Ma siamo sicuri che ci sia l’happy ending?
Benjamin ed Elaine salgono sull’autobus e viaggiano verso l’ignoto. Si guardano per un istante, un timido sorriso e la consapevolezza di aver abbattuto le barriere del perbenismo della società borghese. Ma quel sorriso dura poco: Benjamin Braddock ed Elaine Robinson si fanno seri e guardano dritto a loro, consapevoli di avere un avvenire  fatto di incertezze e di precarietà.
Ed è proprio questo finale apparentemente aperto che fa de Il laureato un cult movie e un manifesto di una generazione, quella Sessantottina che prenderà in mano il proprio destino e combatterà per distruggere le fondamenta tranquille della società americane. Anche se poi si sa che nemmeno un ventennio più tardi, i figli del Sessantotto ricostruiranno mattone dopo mattone quello che hanno distrutto, in nome di un falso benessere che verrà chiamato Capitalismo.
Benjamin Braddock è un anti eroe, o meglio, un eroe a sua insaputa. Perché più che infrangere le regole, si limita a seguire il suo cuore. Non sa cosa fare della sua vita, ma sa che vuole Elaine e fa di tutto per averla, arrivando a disobbedire, a fuggire. Così come disobbedisce le regole della moralità perbenista della famiglia americana diventando l’amante di una donna sposata, una Mrs. Robinson cinica e disillusa dal falso mito del benessere.
Il laureato non è propriamente un manifesto del ’68, ma è il preludio dello scoppio rivoluzionario di una generazione che non vuole seguire i dettami della società.
Il laureato dopo 50 anni rimane ancora un gioiellino di ironia e trasgressione che cancella con un colpo di spugna (o meglio di zoom) la censura americana, scardina le certezze degli americani, il tutto condito con la splendida colonna sonora di Art & Garfunkel, che rappresenta il perfetto accompagnamento dello stato d’animo dei protagonisti.
Studia, prendi una laurea, sposati e fai dei figli. Siamo proprio sicuri che sia la ricetta vincente per avere successo nella vita e nella società?

Voto: 9

martedì 1 agosto 2017

GOODBYE: Addio a Jeanne Moreau e Sam Shepard

In linea di principio, ho appena raccontato una cosa buffa. O comunque divertente. Potreste, che so, sorridere… (Catherine - Jules et Jim)


Jeanne Moreau (1928 - 2017)




Buona fortuna ragazzi...ricordate: nessuno deve essere abbandonato... (Generale William Garrison - Black Hawk Down)


Sam Shepard (1943 - 2017)

lunedì 31 luglio 2017

RECENSIONE: Onora il padre e la madre





Titolo: Onora il padre e la madre
Titolo originale: Before The Devil Knows You're Dead
USA, 2007
Cast: Philip Seymour Hoffman, Ethan Hawke, Albert Finney.
Sceneggiatura: Kelly Masterson.
Regia: Sidney Lumet.
Durata: 110'


*Il fascino indiscreto di una recensione retrò *

Il male si insinua in modo subdolo, distruggendone ogni singola cellula lentamente e letalmente. Soprattutto quando i tuoi figli, il sangue del tuo sangue decide di tradirti con una rapina che finisce male, facendo esplodere il seme del male insito nella famiglia sin dal principio. E’ questa la parabola di Onora il padre e la madre (titolo quasi fuorviante di When The Devil Knows You’re Dead), ultima regia del grande Sidney Lumet,
Sidney Lumet utilizza l’escamotage della rapina finita male per concentrarsi sulla dissoluzione della famiglia Hanson, composta dal padre Charles, la madre Nanette e i figli Andy, … e Hank.
Come Edmud, il figlio bastardo del duca di Gloucester ne Il re Lear, che sognava di ereditare il regno, Andy aspirava a mettere le mani sul suo, ovvero la gioielleria di famiglia, cercando di assomigliare al padre.
Andy però si ritrova rifiutato, amato e odiato allo stesso tempo dal padre, che ha un debole per Hank, che ricorda da lontano il fratellastro buono di Edmund, Edgar.
E se Edmund tramava ai danni del fratello, il mefistofelico Andy trama ai danni del padre e coinvolge il fratello per attuare il colpo perfetto, in modo da poter vivere una nuova vita con la vanesia Gina, novella Gonerilla vanesia e superficiale.
E per ottenere ciò che vuole, colpisce i suoi stessi genitori, che l’hanno cresciuto e amato, anche se il padre non ha mai dimostrato un forte attaccamento, preferendogli il “cucciolo più bello”, ovvero Hank.
E come il duca di Gloucester che privato della vista in quanto accecato, anche Charles non può vedere l’odio e il risentimento che Andy nutre, un odio e un risentimento latente che esplode in una parabola infernale che trascinerà con sé la sua famiglia.
Lumet costruisce questa cronaca di una tragedia annunciata con una serie di flashback, memore dello stile registico degli anni Settanta che hanno reso celebri le sue pellicole come Quel pomeriggio di un giorno da cani, mostrandoci il prima, durante e dopo della rapina.
Come i pezzi di un puzzle, prende i suoi personaggi e li aggiunge poco alla volta, mostrando la storia da vari punti di vista, usandole allo stesso tempo come delle marionette, tirandone i fili a suo piacimentio.
Andy. Andy convince il fratello Hank, sulla quale nutre un forte ascendente di fare un colpo semplice semplice, che frutterà a loro una bella cifra per poter vivere la vita dei propri sogni.
Hank. Hank ama sua figlia, ma è pieno di debiti ed è in perenne arretrato con gli alimenti. E’ un debole e si lascia convincere a compiere la rapina. Ma essendo un codardo, non ne ha il coraggio e vilmente coinvolge un delinquente di mezza tacca, facendo scatenare la tragedia.
Nanette. Nanette è l’agnello sacrificale, la vittima necessaria per far emergere il germe del male insito nella famiglia Hanson.
Nanette e Charles. I genitori di Andy e Hank sono vecchio stampo, si amano ancora dopo 50 anni e hanno un legame forte che manca sia ad Andy, che non riesce ad avere una soddisfacente vita coniugale con Gina, e manca anche a Hank, che è divorziato, ma soddisfa le esigenze di Gina.
La morte di Nanette scatena la disperazione dei protagonisti, che scendono lentamente in un abisso di distruzione fuori controllo.
La disperazione si impossessa di Charles, che cerca giustizia per la morte della moglie e trova invece un muro di indifferenza da parte della polizia, che dovrebbe tutelare il benessere del cittadino, ma non ne ha il tempo per farlo adeguatamente. E farà giustizia a modo suo, accecato dall’odio.
La discesa negli inferi si impossessa di Andy, che perde il controllo della situazione da lui stesso creato, e trova rifugio nell’eroina, portandolo in una spirale di autodistruzione.
Hank perde la testa e si affida ad Andy che lo porta con sé nel buco nero che ha creato lui stesso.
E come in Rapacità di Erich Von Stroheim, il dio Denaro trasforma gli esseri umani in esseri vili, che schiaccia tutto e non guarda in faccia nessuno, nemmeno la tua famiglia.
Onora il padre e la madre è un’amara apologia sulla dissoluzione della famiglia americana, dove il denaro, l’avidità e la vendetta schiaccia e distrugge ogni certezza.
Lumet dirige un grande cast, con il compianto Philip Seymour Hoffman e un Ethan Hawk in gran forma, ma la parte del leone spetta ad Albert Finney, che riesce a creare una strepitosa maschera di dolore con il personaggio di Charles.
Onora il padre e la madre segna l’addio al cinema del maestro Sidney Lumet, che a distanza di anni riusciva ancora a dirigere grandi film con consumato mestiere.

Voto: 7,5

VILLAGGIO GLOBALE: Omaggio (non accreditato) a Paolo Villaggio

I miei amici bloggers hanno fatto un omaggio a Paolo Villaggio, recentemente scomparso, però 'avendo perso il treno', o meglio il bus delle 8.01, è arrivata tardi (ma non troppo) per infilarsi a tradimento e non figuro accreditata nel 'casting' con un omaggio al grande attore. 



Ogni volta che c'è il sole e mi appresto ad uscire, il più delle volte si mette a piovere. Per quanto possa maledire la sfiga o vivere a Manchester, io preferisco pensare di avere la 'nuvola di Fantozzi'.
Cosa c'entra Fantozzi con Manchester? In teoria niente, in pratica ho un po' di sfiga del ragioniere più famoso di Italia. 
Perché anche se vivo all'estero da qualche anno, sono ancora italiana a tutti gli effetti (eccome se lo sarò a Brexit conclusa!) e Fantozzi ha sempre fatto parte dell'immaginario collettivo italiano e anche del mio. E così evvai di nuvola fantozziana pronta a piovere su di me! Anche oggi, sole che spaccava le pietre, sì, anche quelle mancuniane, prime gocce di pioggia neanche 10 minuti aver finito di lavorare, olè!
Nel 1975, anno in cui uscì Fantozzi, non ero ancora nata, ma Fantozzi - insieme a Bud Spencer & Terence Hill ed Er Monnezza - erano un must delle mie visioni cinematografiche infantili degli anni Ottanta. Ma ve lo immaginate un bambino di oggi vedere Fantozzi? Io no, però dovrebbero vederlo, eccome.
Perché se da piccola ridevo (anche per la nuvola. Karma di merda, ora quella nuvola sembra che sia stata regalata a me), ora lo vedo come un film cattivo. Neanche cinico, cattivo e basta.  
Fantozzi cattivo? Badi a cosa dice lei!
Certo che lo è. Perché Paolo Villaggio era sì conosciuto come un attore comico, ma mica stupido era.
Villaggio aveva capito benissimo in che sistema di sudditanza era finito il ceto medio italiano e soprattutto voleva smontare la figura riverita del RAGIONIERE, il lavoro d'eccellenza dell'italiano medio di successo. Non c'era neanche bisogno della laurea, che ecco arrivare dal cielo come la manna la possibilità di assaporare una fettina piccina piccina della beltà borghese - quella dei cumenda e degli avvocati - per ergersi un gradino più alto dal proletariato, gradino abbastanza alto per vedere la classe sociale più bassa (ma rappresentata al cinema con il massimo rispetto) con  un'aria di superiorità. 
E un po' è vero se la mia amica che quegli anni li ha vissuti mi dice che negli anni Settanta la figura del ragioniere veniva vista con riverenza e rispetto, mentre oggi invece è un lavoro impiegatizio qualunque e a malapena arrivi a fine mese. 
Il rispetto. L'essere chiamato ragioniere XY, neanche fosse scritto nella carta di identità. 
Basti pensare a una scena di Venga a prendere il caffé... Da noi di Alberto Lattuada, dove Ugo Tognazzi (qui nelle vesti di un funzionario del fisco, ma sempre di posto impiegatizio si parla) in compagnia della moglie e delle cognate cammina per le strade del varesotto  con tono fiero 'come un pascià',  neanche  fosse su un red carpet sotto i piedi o un paggetto a cospargere petali di rosa al suo cammino. Perché Emeranziano Paronzini ha sempre vissuto seguendo la regola delle 3 C: carezze,. caldo, comodo. E per questo veniva rispettato (e anche segretamente preso per il culo) da tutti.
E Paolo Villaggio questi 3 comandamenti li stravolge, facendo vivere al ragioniere Ugo Fantozzi un matrimonio freddo con 'quel curioso animale domestico', l'acquazzone imperante (addio caldo!) e ziru comodità in compagnia del Filini, tra improbabili partite di tennis nella nebbia agli irti colli e partite di calcetto 'scapoli Vs. ammogliati' finite nel fango. E soprattutto, bye bye riverenza e rispetto!!!
E con una mefistofelica metodologia e cattiveria infinita, Paolo Villaggio smonta tutte le meschinità dell'italiano medio dove il suo Fantozzi pur di ottenere il lavoro in ufficio arriva a diventare non carne da macello, ma finissima pelle umana per la sedia del SUPERDIRETTOREMEGAGALATTICO,  cercando di fare breccia sulla collega sexy - in questo casola signorina Silvani - e cercando di smarcarsi dagli hobbies dell'amico Filini per poter disperatamente assaporare un po' di comodità nel weekend dopo 5 giorni - lunedì/venerdì dalle 9 alle 5. 
O meglio alle 8.30 del mattino, dove il nostro tragico eroe cerca di dormire il più possibile per poi prendere letteralmente al volo un bus già carico di altri disgraziati pronti a timbrare il cartellino. E 42 anni dopo ci ritroviamo a correre dietro a un bus carico come un carro di bestiame per non arrivare tardi al lavoro. E soprattutto arrivare già stressati e incazzati ancora prima di iniziare.
E c'è cattiveria nelle umiliazioni che Fantozzi deve subire al lavoro e nelle relazioni interpersonali fatte di improbabili cene di lavoro o serate 'tra amici', e quando alza la testa (come nella partita a biliardo, dove il nostro antieroe deve fare finta di non sapere giocare o quando dice che la Corazzata Potemkin è una CAGATA PAZZESCA!) la paga cara. E le cene di lavoro, soprattutto quelle di Natale esistono ancora, finendo per passare più tempo con i tuoi colleghi (che spesso e volentieri non sopporti e loro non sopportano te) che con la tua famiglia.
E che crudeltà quando la figlia Mariangela viene umiliata dai colleghi del ragioniere con tanto di lancio di banane. Perché già negli anni Settanta i canoni di bellezza erano già definiti e Fantozzi per primo si chiede perché ha sposato la Pina, così sciatta e dimessa e si chiede perché ha messo al mondo una figlia non proprio da Miss Italia. Avrebbe postato le sue foto su instagram o Facebook ai giorni nostri? Non penso proprio.
In 42 anni non è cambiato niente, e anche se oggi praticamente il posto fisso non esiste più, in Italia se si può scegliere tra un lavoro dalle 9 alle 5 e un lavoro a turni soprattutto da fare il sabato e domenica, si sceglie il primo. Anche a costo di diventare il pellame della sedia del direttore di turno, cercando di arrancare a venerdì per poi maledire di nuovo il lunedì successivo.
Paolo Villaggio non era solo Fantozzi, ma aveva recitato in altri film (Io speriamo che me la cavo, Le comiche, Cari fottutissimi amici, Il segreto del bosco vecchio), ma inevitabilmente verrà ricordato, e anche questo blog fa ricordando il mitico ragioniere.
Perché comunque Ugo Fantozzi se un tempo era considerato una MERDACCIA, oggi viene visto come quello 'arrivato' dalla nuova generazione di MERDACCE (badi lei a quel che scrive!!!) che ne deve ingoiare di ogni e sentirsi comunque privilegiato e fortunato/a essere trattato come tale.

Ecco le altre dediche. 

SUPERFANTOZZI su Combinazione Casuale
SISTEMO L'AMERICA E TORNO su La Bara Volante
FRACCHIA LA BELVA UMANA su Non c'è paragone
FANTOZZI su Mari's Red Room
FRACCHIA CONTRO DRACULA su Il Bollalmanacco di cinema
FANTOZZI IN PARADISO su Gioco Magazzino
IL SEGRETO DEL BOSCO VECCHIO su La fabbrica dei sogni
IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO su In Central Perk


domenica 30 luglio 2017

CULT MOVIE: Profondo rosso





Titolo: Profondo rosso
Italia, 1975
Cast: David Hemming, Daria Nicolodi, Clara Calamai
Sceneggiatura: Dario Artgento, Bernardino Zapponi.
Regia: Dario Argento.
Durata: 126'


Una bambola, simbolo del gioco e dell'innocenza si trasforma nel sentore di una morte annunciata: una medium (Sacha Meril) viene uccisa e il pianista Marc Daly (David Hemmings) assiste al suo omicidio. Ma non fa in tempo a salvarla, e riesce a intravedere un'ombra che potrebbe essere quella dell'assassino. Marc suo malgrado viene coinvolto nelle indagini, che effettua insieme alla giornalista Gianna (Daria Nicolodi), cronista d'assalto alla ricerca del pezzo da prima pagina.
Profondo Rosso è ormai il cult movie per eccellenza per tutti gli amanti del genere trhiller/horror, se non uno dei film più famosi del cineasta romano Dario Argento.
Argento mette in moto un "dispositivo" a orologeria ben oliato, con tutti i meccanismi che funzionano alla perfezione: dalle lunghe carrellate, ai piani sequenza, alla cura della fotografia, il tutto ben bilanciato dalle splendide musiche dei Goblin, che danno quel tocco di suspence tipico del thriller.
Memore della lezione di Mario Bava (che sapeva coniugare perfettamente tecnica registica con atmosfere inquietanti), Argento sceglie la casa, luogo sicuro per eccellenza, come teatro di sangue dove si svolgono gli omicidi del serial killer che uccide una medium, e poi cerca di eliminare tutte le persone che sono coinvolte nel mistero che stava per rivelare.
Non pago, il cineasta romano attinge a piene mani alle atmosfere hitchcockiane prendendo in prestito lo stile di suspence tipico del maestro inglese, per creare attesa e ansia nello spettatore. Luci spente, rumori, i passi dell'assassino, e quel primo piano del guanto di pelle nera indossato dal killer, pronto a entrare in azione.
Così come ci si sente in preda all'angoscia nel vedere Marc che suona il piano, e l'assassino che entra in casa, o la padrona di casa della villa "maledetta" che cerca di difendersi con il ferro della maglia, e uccide accidentalmente il merlo, per poi soccombere senza speranza alla furia omicida dell'assassino, cercando con le ultime forze, di scrivere il nome di chi le ha fatto del male.
Argento mescola le carte e la trama del film è tessuta come la tela di un ragno, che disorienta lo spettatore a partire dalla scena iniziale, con quella musica/cantilena e l'ombra di una mano che agita un coltello, pronta a infierire su una fantomatica vittima. 
A distendere i toni però ci pensa la liason appena accennata tra Marc e Gianna, donna forte e sarcastica che sembra modellata sulle giornaliste d'assalto alla Rosalind Russell (memore di essere stata la "girl friday" di Cary Grant ne "La signora del venerdì").
Marc e Gianna si seducono a colpi di battute, uniti nel cercare la verità, diventando detective loro malgrado. Perché si tratta pur sempre di un giallo a tinte horror, a tinte rosse come il sangue. 
E il sangue scorre a fiumi, con coltellate, vetri rotti che diventano armi mortali, in nome di un passato inquietante da difendere a tutti i costi. E Argento riesce con maestria a dilatare i tempi, dosando con attenzione le scene cruente e gore, arrivando a trovare il bandolo della matassa negli ultimi 10 minuti, scavando (come fa Marc nella villa degli orrori che trova la chiave del mistero su una parete) nella psicologia dei personaggi, creando dei perfetti mostri colmi di dolore e di instabilità mentale.
Profondo rosso è un gioiellino di suspence, trhiller, noir e giallo all'italiana, dove Roma è la cornice ideale per la vita da bohémien del protagonista, trasformandola improvvisamente in un luogo di morte dove il rosso del sangue la fa da padrona. 
Anche se a distanza di 42 anni gli effetti horror sembrano più da grand guignol e risentono il peso dell'età, è comunque ancora un film godibile che tiene incollato lo spettatore, che si lascia travolgere e spaventare da questo noir girato con grande mestiere, tale da far sfigurare gli horror americani degli anni 2000.


Voto: 9/10

lunedì 24 luglio 2017

CELEBRATION (35th Anniversary): Victor/Victoria






Titolo: Victor/Victoria
Id. USA, 1982
Cast: Julie Andrews, James Garner, Robert Preston, Leslie Ann Warren.
Sceneggiatura: Blake Edwards.
Regia: Blake Edwards.
Durata: 132

N.B. Al fine dell'analisi cinematografica, la recensione contiene spoiler.

Victor Victoria è la storia di una “donna che si finge un uomo che finge di essere una donna”.
E riesce a convincere tutti. Con l’inganno.
E grazie agli inganni che Victoria (Julie Andrews), cantante di talento squattrinata, tenta di sopravvivere alla fame portando con sé uno scarafaggio in un ristorante di lusso per non pagare la cena. Così come cerca un ingaggio fingendo di essere stata mandata dal celebre impresario di turno. Inganna perché è stata a sua volta ingannata dalla vita.
Perché Victoria Grant ha una bellissima voce da soprano, ma non riesce a sfondare nello spettacolo dopo essere stata truffata dal suo agente.
Toddy (Robert Preston) invece è un artista dalla vita sentimentale disastrosa, ingannato dal suo amante che finge di essere eterosessuale, e in più è fresco di licenziamento. Complice la cena non pagata, la pioggia, un vestito rovinato e degli abiti maschili, Toddy e Victoria s’incontrano e diventano amici, prendendosi cura l’uno dell’altro. Al di là degli inganni e dei trabocchetti, la loro amicizia nata per caso è vera e sincera.
Per un equivoco (Victoria con abiti maschili caccia in malo modo l’ex amante di Toddy), nasce Victor, conte polacco che si esibisce travestito da donna. Ed è subito trionfo. Perché la gente vede ciò che vuol vedere. 
Se il successo non arriva con il reale talento, Victoria si reinventa la carriera sotto il segno della finzione, dove il dualismo uomo/donna si fonde per fare buon viso a cattivo gioco: Victoria nega la sua femminilità per calarsi nei panni di un uomo omosessuale, che con fare solenne si toglie la parrucca sbalordendo gli spettatori, convinti di aver assistito al numero di una cantante.
E il trabocchetto funziona alla grande perché Victoria se all’inizio era titubante nel comprimere la propria femminilità fasciandosi il seno e tagliandosi i capelli, alla lunga ama essere “una donna che finge di essere un uomo che finge di essere una donna” perché in questi panni si sente emancipata, vivendo la propria vita in libertà in quel di Parigi degli anni Trenta della Belle epoque.
Ammalia il pubblico, ma ammalia anche un uomo macho, il gangster King Marchand (che finge di essere un rispettabilissimo uomo di affari che tratta con i gangster) che si sente affascinato fin da subito da questa splendida creatura dotata di un MI naturale in grado di rompere i bicchieri, ma che rimane interdetto quando scopre che Victoria in realtà è Victor, con grande gioia della sua fidanzata Norma (Leslie Ann Warren), la tipica pupa del gangster che non deve fingere di essere un’oca, essendo così di natura.
Ma quello che King Marchand (James Garner) non sa è che Victor in realtà è Victoria.
E per scoprire se è stato ingannato, o se la sua (omo)sessualità l’ha ingannato per anni, ingaggia il fidato Squash per scoprire se Victor è una donna, e quando Marchand lo scopre, decide a sua volta di amare questa donna, fingendo di amare un uomo.
Perché Victoria non vuole rinunciare né alla carriera, né a quel lato maschile che la rende libera. E il macho King Marchand fa finta di essere gay anche se è eterosessuale, ma reclama la sua natura virile e vorrebbe riprendersi la sua mascolinità.
Questa sorta di “coming out” fittizio fa sì che Squash faccia il suo vero “coming out”, lasciando sbalordito Marchand, che l’ha sempre visto come un rude giocatore di rugby figlio di p****na. Ruolo che Squash ha sempre giocato per non fare la parte della “checca”. Ruolo che invece non fa mistero di giocare Toddy, il grande orchestratore della truffa, ma l’unico a mostrare la sua vera natura, un uomo orgogliosamente gay. E paradossalmente l’unico che non finge.
Tutti fingono di essere ciò che non sono, in una girandola di equivoci, verità e finzione si mescolano. in un divertentissimo girotondo di sotterfugi, risse, virilità nascoste e virilità esibite.
Ma alla fine l’ordine delle cose ritorna prepotentemente e se King Marchand va in una bettola per fare a botte, riprendendosi il suo lato macho a suon di lividi, Victoria decide di riprendersi la sua femminilità rinunciando in parte alla sua emancipazione in nome dell’amore, lasciando la scena a Toddy che gioca per una sera il ruolo “dell’uomo che finge di essere una donna che finge di essere un uomo, che finge di essere una donna”.
Victor Victoria è uno spassosissimo film diretto dal maestro dell’ironia Blake Edwards, che confeziona un gioiellino fatto di splendidi numeri musicali (con le magnifiche musiche del fidato Harry Mancini) e momenti di delirante divertimento, dove Edwards schiaccia l’acceleratore sulle gag stile slapstick, omaggiando l’imbranatissimo ispettore Closeau con un altrettanto detective pasticcione che tenta di smascherare l’imbroglio orchestrato da Victoria (una strepitosa Julie Andrews) e Toddy. La tematica camp viene rappresentata con naturalezza e ironia, senza scadere nella volgarità o negli stereotipi, condita con umorismo grazie al personaggio di Toddy, magistralmente interpretato da Robert Preston.
Con Victor Victoria l’arte si fonde con la vita reale, che fa della finzione la sua linfa vitale. Non è anche questo, in fondo, il cinema?


Voto: 9